ASSENZA PER MALATTIA PROFESSIONALE: Legittimità del licenziamento per superamento del periodo di comporto.

In linea generale le assenze del lavoratore le quali siano dovute ad infortunio sul lavoro o a malattia professionale, in quanto riconducibili alla generale nozione di infortunio o malattia di cui all'art. 2110, c.c, sono computabili nel periodo di comporto. Infatti, affinchè l'assenza possa non essere conteggiata ai fini del superamento di detto periodo, non è sufficiente che la stessa sia semplicemente connessa alla prestazione lavorativa, essendo necessario che, in relazione alla sua genesi, sussista a monte una responsabilità del datore di lavoro ex art. 2087, c.c.

Si richiede dunque che l'infortunio o la malattia professionale non solo abbiano avuto origine in fattori di nocività insiti nelle modalità di espletamento della prestazione, o comunque presenti nell'ambiente di lavoro, ma altresì che il datore sia responsabile di tale situazione dannosa, gravando sullo stesso l'obbligo di adottare tutte le misure necessarie, in relazione alla particolarità del lavoro, all'esperienza e alla tecnica, per la tutela dell'integrità psico-fisica del lavoratore. In tali ipotesi, infatti, l'impossibilità della prestazione è

imputabile al comportamento della stessa parte cui detta prestazione è destinata. Si precisa che, in ragione della specialità della disciplina contenuta nell'art. 2110, c.c. rispetto a quella generale sul licenziamento individuale, il superamento del periodo di comporto è ritenuta condizione sufficiente di legittimità del recesso, senza la necessità di provare il gmo ovvero la sopravvenuta impossibilità della prestazione lavorativa o dell'impossibilità di adibizione a diverse mansioni.

 

Ricollegando il suddetto principio con l'attuale momento di emergenza pandemica, si deve evidenziare come il legislatore (con l'art. 26, D. Lgs. n 18/2020) ha parificato il periodo trascorso in quarantena volontaria con sorveglianza attiva o in permanenza domiciliare fiduciaria con sorveglianza attiva (di cui all’articolo 1, comma 2, lettere h) e i) del decreto-legge 23 febbraio 2020, n. 6) alla malattia ai fini del trattamento economico escludendo altresì che detto periodo fosse riconducibile al calcolo del periodo di comporto.

 

Ciò comporta che il periodo trascorso da un lavoratore (del settore privato) in quarantena anche fiduciaria in casa, non è riconducibile, seppur parificato alla malattia, al calcolo del periodo di comporto.

 

Di seguito l'Art. 26 del D. Lgs. 18/2020.

 

 Art. 26

(Misure urgenti per la tutela del periodo di sorveglianza attiva dei lavoratori del settore privato)

1.Il periodo trascorso in quarantena con sorveglianza attiva o in permanenza domiciliare fiduciaria con sorveglianza attiva di cui all’articolo 1, comma 2, lettere h) e i) del decreto-legge 23 febbraio 2020, n. 6, dai lavoratori del settore privato, è equiparato a malattia ai fini del trattamento economico previsto dalla normativa di riferimento e non è computabile ai fini del periodo di comporto.

2. Fino al 30 aprile ai lavoratori dipendenti pubblici e privati in possesso del riconoscimento di disabilità con connotazione di gravità ai sensi dell’articolo 3, comma 3, della legge 5 febbraio 1992, n.104, nonché ai lavoratori in possesso di certificazione rilasciata dai competenti organi medico legali, attestante una condizione di rischio derivante da immunodepressione o da esiti da patologie oncologiche o dallo svolgimento di relative terapie salvavita, ai sensi dell’articolo 3, comma 1, della medesima legge n. 104 del 1992, il periodo di assenza dal servizio prescritto dalle competenti autorità sanitarie, è equiparato al ricovero ospedaliero di cui all’articolo 19, comma 1, del decreto legge 2 marzo 2020, n.9.

3. Per i periodi di cui al comma 1, il medico curante redige il certificato di malattia con gli estremi del

provvedimento che ha dato origine alla quarantena con sorveglianza attiva o alla permanenza domiciliare  fiduciaria con sorveglianza attiva di cui all’articolo 1, comma 2, lettere h) e i) del decreto-legge 23 febbraio 2020, n. 6.

4. Sono considerati validi i certificati di malattia trasmessi, prima dell’entrata in vigore della presente

disposizione, anche in assenza del provvedimento di cui al comma 3 da parte dell’operatore di sanità

pubblica.

5. In deroga alle disposizioni vigenti, gli oneri a carico del datore di lavoro, che presentano domanda all’ente previdenziale, e degli Istituti previdenziali connessi con le tutele di cui al presente articolo sono posti a carico dello Stato nel limite massimo di spesa di 130 milioni di euro per l’anno 2020. Gli enti previdenziali provvedono al monitoraggio del limite di spesa di cui al primo periodo del presente comma. Qualora dal predetto monitoraggio emerga che è stato raggiunto anche in via prospettica il limite di spesa, gli stessi enti previdenziali non prendono in considerazione ulteriori domande

6.Qualora il lavoratore si trovi in malattia accertata da COVID-19, il certificato è redatto dal medico curante nelle consuete modalità telematiche, senza necessità di alcun provvedimento da parte dell’operatore di sanità pubblica.

7. Alla copertura degli oneri previsti dal presente articolo si provvede ai sensi dell’articolo 126.

 

 

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