Licenziamento Ritorsivo

25/03/2020

 

Il licenziamento per ritorsione costituisce lʼingiusta e arbitraria reazione ad un comportamento legittimo del lavoratore colpito con conseguente nullità del licenziamento, quando il motivo ritorsivo sia stato lʼunico determinante e sempre che il lavoratore ne abbia fornito prova, anche con presunzioni: ne consegue che legittima la sentenza che dispone la reintegra del dipendente laddove la Corte di appello ha fatto ricorso alla prova per presunzioni onde risalire, dalla sequenza

dei fatti accertati, allʼaccertamento del fatto ignoto, costituito dal motivo ritorsivo come lʼunico determinante del recesso, vale a dire la mancata sottoscrizione di un accordo che prevede la riduzione del complessivo trattamento economico.

 

 

 

Nel caso in disamina, una lavoratrice impugnava il licenziamento per giustificato motivo oggettivo irrogatole nellʼambito di una riorganizzazione aziendale finalizzata a rendere più efficiente ed economica la gestione dellʼufficio del personale al quale la stessa era addetta.

Secondo la ricorrente la vera ragione del recesso era da rinvenirsi nel suo rifiuto di sottoscrivere, il giorno precedente al licenziamento, un verbale di conciliazione con cui lʼazienda proponeva ai dipendenti una riduzione del compenso per due anni. Secondo la Corte dʼAppello – in riforma della sentenza di primo grado – il ricorso era da accogliere in quanto era stata accertata integralmente la

natura ritorsiva del provvedimento espulsivo; nella missiva di licenziamento la società aveva fatto riferimento ad una pi. efficiente ed economica gestione dellʼufficio del personale al quale la ricorrente era addetta e alla decisione di sopprimere – al fine di contenere i costi aziendali a causa del notevole calo del fatturato – la posizione organizzativa dalla stessa occupata, con una redistribuzione delle relative mansioni tra altri dipendenti.

Ciò premesso, la Corte osservava che ci. che pareva mancare nel provvedimento espulsivo era, in particolare, la dimostrazione della sussistenza del nesso causale tra la motivazione della modifica organizzativa disposta dal datore (contrazione del fatturato in un ambito di crisi) e la soppressione della posizione lavorativa, essendo inoltre emerso dalla prova testimoniale che alcune delle mansioni erano state assegnate non ad altri lavoratori gi. in forza nellʼazienda, ma ad un consulente esterno.

Considerata lʼinsussistenza del giustificato motivo oggettivo posto a base del licenziamento, la Corte dʼappello osservava come vi fosse viceversa la prova dellʼintento ritorsivo proprio perché il licenziamento era intervenuto a distanza di un solo giorno dalla mancata sottoscrizione, da parte della lavoratrice, del verbale di conciliazione. Per la cassazione di tale sentenza la società ha proposto ricorso; in particolare, con il secondo motivo, lʼazienda denuncia la violazione dellʼart. 1418 cod.civ. e dellʼart. 2729 cod. civ., in relazione allʼart. 360, primo comma, n. 3 cod. proc. civ., proprio per avere la Corte di appello desunto la natura ritorsiva del licenziamento dal solo rifiuto della lavoratrice di sottoscrivere il verbale di. Secondo il Supremo Collegio- che preliminarmente evidenzia come la censura svolta nel secondo motivo di ricorso non presenta i connotati di una valida censura di diritto riguardante la correttezza del ragionamento presuntivo, ove si consideri che con il ricorso per cassazione ci si duole che la Corte di appello abbia assunto come elemento decisivo la contiguità temporale del licenziamento al rifiuto opposto dalla lavoratrice di sottoscrivere lʼaccordo sulla riduzione temporanea del trattamento economico, “senza per inserire questo indizio nel generale contesto della complessiva situazione aziendale e della posizione della lavoratrice stessa e senza considerare il complessivo risultato della ricca attività istruttoria e probatoria espletata dal tribunale” – . onere del lavoratore provare che il motivo ritorsivo sia stato lʼunico fattore determinante che ha indotto la societ. ad irrogare il provvedimento. Tale prova può essere fornita anche mediante presunzioni che presentino il carattere della gravità, precisione e concordanza. Nel caso di specie, secondo i giudici di legittimità, detta prova risulta ampiamente fornita proprio a fronte della collocazione temporale dei fatti (consegna della lettera di licenziamento il giorno successivo al rifiuto della dipendete di firmare il verbale teso alla riduzione del compenso) e della mancata dimostrazione da parte dellʼazienda di un nesso fra la ristrutturazione imposta dalla crisi e lʼeliminazione della posizione lavorativa. Per tutto quanto sopra la Corte Suprema ha rigettato il

ricorso.

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