Guardia medica oltre i limiti di orario: sì al danno contrattuale.

 

Con tre sentenze identiche nella motivazione del 9 marzo, il Tribunale di Enna, giudice del Lavoro Stancanelli, dà ragione a tre chirurghi che, per oltre dieci anni, avevano effettuato turni di reperibilità notturna e nei giorni festivi in misura eccedente quella consentita dalla contrattazione collettiva, venendo tuttavia remunerati nella stessa misura di quella contrattualmente prevista per la pronta reperibilità non eccedente i limiti contrattuali. E, in accoglimento della domanda, ha condannato l’Azienda Sanitaria di riferimento al risarcimento del danno contrattuale ex art. 2087 c.c.

La sentenza, che ha affrontato anche altri interessanti punti oggetto del contendere, come quello squisitamente processuale di «non considerare a tutti gli effetti la giornata di sabato come un giorno festivo», è decisamente interessante per un altro aspetto, vale a dire l’accoglimento della domanda dei tre chirurghi in applicazione del principio di efficacia diretta verticale del diritto europeo[1]. Principio applicato nel caso in esame con riferimento preciso alla procedura di infrazione europea nr. 2011/4185 contro l’Italia, a seguito della quale il nostro Paese è stato costretto ad approvare la Legge 30 ottobre 2014, n. 161 (Disposizioni per l'adempimento degli obblighi derivanti dall'appartenenza dell'Italia all'Unione europea - Legge europea 2013-bis), che all’articolo 14,  ha dettato le nuove “Disposizioni in materia di orario di lavoro del personale delle aree dirigenziali e del ruolo sanitario del Servizio sanitario nazionale. Procedura di infrazione n. 2011/4185[2]”.

È opportuno ricostruire la complessa fattispecie.

Il fatto

I tre chirurghi, lamentavano di aver prestato dal 2004 per dieci anni consecutivi, il servizio di pronta reperibilità notturna e nei giorni festivi in misura eccedente quella consentita dalla contrattazione collettiva, venendo tuttavia remunerati nella stessa misura di quella contrattualmente prevista per la pronta reperibilità non eccedente i limiti contrattuali. Turni sistematicamente superiori ai 10 mensili previsti dall’art. 82 comma 12 del D.P.R. 20.05.1987, n. 270, per il quale “Di  regola  non  potranno  essere  previste  per  ciascun dipendente più di dieci pronte disponibilità nel mese”. In uno dei casi in esame, si è arrivati ad oltre mille turni in sovrannumero in dieci anni. Ciò premesso, facevano valere far valere due diversi diritti di credito, uno volto al conseguimento delle differenze retributive, per cui deve ritenersi operante il termine prescrizionale di cinque anni e l’altro, invece di natura risarcitoria, ex art. 2087 c.c., (fattispecie della responsabilità contrattuale) tanto che chiedevano la condanna del datore di lavoro a titolo di risarcimento del danno da usura psico-fisica subito per ogni turno prestato in eccedenza rispetto al limite di dieci ore mensili. 

La procedura di infrazione comunitaria e l’efficacia diretta verticale del diritto europeo

I ricorrenti, che attraverso una OO.SS. avevano denunciato l’Italia insieme ad altri, chiedevano al giudice l’applicazione diretta del diritto europeo. Ad avviso del giudice, «sulla scorta della Direttiva 2008/88/CE sul rispetto del diritto dei medici che lavorano in strutture sanitarie pubbliche a periodi minimi di riposo giornaliero e settimanale, la Commissione Europea il 20.2.2014 aveva deferito l’Italia alla CGUE, in quanto[3], ‘in base alla legislazione italiana numerosi diritti fondamentali stabiliti nella direttiva sull'orario di lavoro, quali la durata media dell'orario di lavoro settimanale limitata a 48 ore e un periodo minimo di riposo giornaliero di 11 ore, non si applicano agli "amministratori" che lavorano presso il servizio sanitario nazionale… Ne consegue un'ingiusta privazione dei diritti garantiti loro dalla direttiva sull'orario di lavoro…La Commissione ha ricevuto numerose denunce relative al fatto che, a causa dell'errata applicazione della direttiva, i medici sono sottoposti ad orari di lavoro eccessivi senza un adeguato riposo”. Procedura di infrazione poi culminata nella citata Legge 161/2014 che, in modo definitivo ha  abrogato il comma 13 dell'articolo 41 del Decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133, e il comma 6-bis dell'articolo 17 del decreto legislativo 8 aprile 2003, n. 66.

Inoltre, a sostegno delle proprie richieste, oltre ai riferimenti di diritto interno, i ricorrenti allegavano un ulteriore effetto derivante dalla circostanza dell’inadempimento dell’Italia agli obblighi comunitari in materia di orario di lavoro. In particolare, come riferisce la sentenza in commento, sulla base del D.lgs. 66/2003 di attuazione delle direttive 93/104/CEE e 2000/34/CE, che all’art. 1 lett. a) definisce “orario di lavoro”: “qualsiasi periodo in cui il lavoratore sia al lavoro, a disposizione del datore di lavoro e nell’esercizio della sua attività o delle sue funzioni”, è «sufficiente ai fini della qualificazione dell’orario di lavoro la messa a disposizione del datore di lavoro delle proprie energie lavorative, rimanendo irrilevante la effettiva chiamata al servizio durante il turno di p.d.». 

Proprio questo punto è stato dirimente ai fini della decisione, vale a dire il considerare irrilevante la effettiva chiamata in servizio durante il turno di pronta disponibilità. Anche questo punto della tesi difensiva dell’Azienda convenuta. Tuttavia, una riflessione di tipo sistematico, in effetti conferma il fondamento della decisione in esame.

Una lettura coordinata del D.lgs. 66/2003 di attuazione delle direttive 93/104/CEE e 2000/34/CE, che all’art. 1 lett. a) definisce “orario di lavoro”: “qualsiasi periodo in cui il lavoratore sia al lavoro, a disposizione del datore di lavoro e nell’esercizio della sua attività o delle sue funzioni” e dell’art. 14 della Legge 161/2014 per il quale la disciplina della contrattazione collettiva potrà disciplinare solo le deroghe al riposo giornaliero per i medici preposti ai servizi, consente di concludere che l’espletamento di turni di p.d. in misura sistematicamente eccedente i limiti di legge e del diritto comunitario è vietato anche nel caso in cui, il medico non venga chiamato durante il turno di p.d. È proprio la messa a disposizione del lavoro che identifica il servizio di cui al nuovo art. 14 citato (comma 3). La messa a disposizione della prestazione lavorativa (cfr. D.lgs. 66/2003 di attuazione delle direttive 93/104/CEE e 2000/34/CE, art. 1 lett. a citato) a prescindere dalla effettiva chiamata è effettuata “al fine di garantire la continuità nell'erogazione dei livelli essenziali delle prestazioni”, tanto che i nuovi contratti, potranno “disciplinare le [sole] deroghe alle disposizioni in materia di riposo giornaliero del personale del Servizio sanitario nazionale preposto ai servizi relativi all'accettazione, al trattamento e alle cure”.  

Il danno

Dal fatto della “messa a disposizione delle energie lavorative”, in sistematica violazione dei limiti disposti dal diritto europeo citato, ne è derivato il risarcimento del danno, dimostrabile anche attraverso presunzioni semplici. Ancora la decisione: «Proprio l’attività di guardia oltre i limiti previsti che parte ricorrente chiede che venga risarcita, in quanto produttiva di un danno alla propria integrità psico-fisica e non la concreta attività svolta durante tali periodi. Ed invero dall’aprile del 2004 il ricorrente è stato adibito in via continuativa e costante a turni di reperibilità eccedenti i dieci turni mensili, di tal che l'eccezione consentita dalla contrattazione collettiva è divenuta, in sostanza, la regola, con conseguente violazione della disciplina pattizia. Tanto basta a qualificare il comportamento datoriale in termini di inadempimento (o inesatto adempimento), cui può conseguire, come già chiarito, un danno risarcibile in capo al ricorrente, suscettibile di essere dimostrato con prove dirette ma anche, come autorevolmente affermato dal giudice di legittimità, attraverso presunzioni semplici».

Danno che riceve, nella decisione in esame, una precisa configurazione in termini di «disagio sofferto dall'imposizione di turni di reperibilità eccessivi [che] assuma dimensioni tali da incidere sul piano psicofisico del lavoratore il quale non possa godere appieno del proprio tempo libero, essendo obbligato a garantire, durante il turno di ben 12 ore, una reperibilità immediata, essendo quindi di fatto limitato nei propri spostamenti e nelle stesse sue abitudini di vita». In questi termini la sentenza costituirà un precedente, essendo possibile agire nel termine decennale di prescrizione, con tutte le conseguenze del caso, dato il rilevante numero di dirigenti medici che sistematicamente hanno garantito all’utenza e al proprio datore di lavoro turni eccedenti i limiti del diritto europeo.

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